L'ENFANT CHIC            IL PENSIERO FLOTTANT              À LA PAGE     


giovedì 15 dicembre 2016

E se bastasse davvero solo condividere un video su Aleppo?

Io sono una persona semplice, la mia vita è fatta di cose semplici, non ci sono paure forti e complicazioni. Sono una persona che si tiene informata, che cerca di stare al passo con i tempi. Cerco di non sembrare una babbiona davanti alle nuove tecnologie e di tenere le orecchie sempre dritte sui fatti del mondo, cerco di leggere articoli in altre lingue oltre la mia, cerco di capire le fonti, mi interesso. Cerco di tenere viva la mia coscienza e non chiudo gli occhi davanti alle cose più brutte e lontane dal mio modo di vivere. Ogni sera, prima di dormire, come facciamo tutti, do una scrollata alla bacheca di Facebook e vedo che qualcuno, un qualcuno qualunque, da un amico, a mia madre, ad una cugina, ad un ex compagna di classe e non necessariamente una persona che non conosce il mezzo e cerca solo un “Kondividi se hai un kuore”, ha postato qualcosa sulla Siria e su quello che sta accadendo ad Aleppo. Io guardo e penso: forse è giusto che lo condivida anche io; mi leggono diverse persone, mi ascoltano dissertare su ogni genere di scemenza e potrei far vedere che anche una frivola come me si interessa, si deve interessare! Le cose che vedo spesso sono montate molto bene, sono pezzi di giornalisti, sono servizi interi e reportage non sono collage di foto pietose montate con i glitter a cui rispondere con un “amen” tra i commenti. Vedo un video assemblato con cura e girato come un trailer di un gioco della play station, con bombardamenti, gas,  con bambini feriti, una città bellissima come Aleppo distrutta e sento le persone che dai loro social, in Siria, dicono che ormai della nostra solidarietà non se ne fanno più di niente, che moriranno. 
Io rimango lì sul letto immobile col ditino puntato sul condividi e non condivido. Fermi! Subito! Non penso che chi condivide sia stupido o faccia male, tutt’altro. Mi annichilisce che il nostro unico modo per farci sentire sia condividere. Mi chiedo a cosa serva, mi chiedo se davvero postare il video di un bambino ferito che chiede ad un infermiere se morirà, possa servire a qualcosa per quella volta, per quella notte, per quella sera ad Aleppo. Davvero condividere è rimasta l’unica cosa che come essere umani possiamo fare? I nostri Like fermeranno le bombe? Io non lo voglio credere, non posso accettarlo e butto giù qui questo flusso di coscienza perché ho bisogno di capire. Perché fare le donazioni a Medici senza frontiere o l'unhcr, ecc è giusto, è sacrosanto ed è davvero quello che possiamo fare ma ora al momento per me è diventato come il metadone per la coscienza. Sento che qualcosa sta cambiando nel nostro modo di voltare le spalle. Il Rwanda? La guerra nei Balcani? Ero piccola, ho saputo tutto da grande ma ora sono qui e vedo e leggo in tempo quasi reale e che devo fare?
Non posso colpevolizzarmi, perché non tollero neanche chi va a fare volontariato e poi critica la vita di chi qua continua a fare quello che deve fare, cioè vivere, comprare regale ai figli, fare le cene con gli amici e tutto il resto; ma allo stesso tempo non posso accettare che loop unico sia vedere-sconvolgersi-condividere-prendere i like-vedere- sconvolgersi e via dicendo. 
E non cambia niente perché i video che vedo condivisi hanno già avuto milioni di visualizzazioni e condivisioni, il che vuol dire che tante persone sanno e hanno visto. Forse davvero basta condividere, forse è davvero questo quel poco che ci è chiesto che è sempre un “meglio di nulla” ma io non ci riesco fino in fondo, forse la mia è solo vigliaccheria, non condivido perché voglio continuare poi a postare i meme e i cappuccini disegnati e i video buffi e se metto un video di Aleppo poi come faccio?

Vorrei sapere cosa ne pensate, come vi sentite. Che pensate di fare voi?


7 commenti:

  1. È diverso tempo che io, trentenne benestante di Roma, penso ad Aleppo. È diverso tempo che posto articoli sulla Siria, che racconto angosciata a mio marito quello che ho capito della vicenda, che dico a mia figlia di due anni, che guarda inconsapevole Peppa Pig, di non sprecare la pasta, perché un bambino della sua stessa età esattamente a quell'ora sta morendo di fame o di freddo. O entrambi.
    Eppure oggi ho comprato tre regali e una gonna da indossare a Natale e mentre pagavo alla cassa pensavo quanto inutile e stupido fosse quello che stavo facendo. Mi sento frustrata, non posso fare altro che parlarne qui, a Roma, mentre a pochi chilometri da me la gente muore.
    Ti abbraccio tanto Connie.
    Elisa

    RispondiElimina
  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
  3. Mi chiedevo esattamente le stesse cose in questi giorni, anche se la mia preoccupazione sul da farsi non riguardava tanto l'attività sui social media (in cui la mia presenza è davvero minima) ma proprio quella in generale, come esseri umani.
    La donazione che posso fare - e che ho fatto - a una delle organizzazioni che stanno aiutando la popolazione siriana è solo una microscopica goccia nel mare del bisogno e poi, mi dicevo, anche se fossero tanti, tantissimi soldi, probabilmente in questo momento non sarebbero risolutivi: senza una svolta politica la situazione non cambierà comunque. Però, nel dubbio, meglio farlo - che sia per potersi dire di aver fatto qualcosa, o con la sincera speranza che la tua piccola goccia possa fare un po'la differenza nel mare, fosse anche solo per far sentire meno abbandonate le persone a cui è destinata.
    Per il resto molte delle (poche) persone che stanno seguendo da vicino quello che succede in Siria incoraggiano l'attività di mobilitazione, sia nelle strade che sui social: magari sembra stupido o superficiale, ma quando tante tante tante persone sono con gli occhi puntati su una situazione, e ne parlano, e si arrabbiano, e chiedono conto delle decisioni che hanno portato fin lì, con i mezzi di informazione che seguono a ruota, anche per la politica internazionale diventa più difficile far finta di niente. Non ci sono tanti altri modi in cui la popolazione civile può fare pressione in una situazione come questa, credo.
    La nostra felicità nel decorare casa e comprare regali o la nostra tristezza nel leggere le notizie su Aleppo non cambieranno le cose per nessuno, e neppure il nostro senso di colpa aiuterà molto. Certo però che in questo momento, come in troppe altre situazioni, mi sento un po' schizofrenica a leggere in giro articoli sull'ansia da menù di Natale o su come scegliere il trucco glitterato per le feste. Questo Natale proprio non riesco a essere serena e felice come vorrei.
    Sara

    RispondiElimina
  4. Donare, scrivere alle ambasciate dei paesi coinvolti, passare del tempo con i profughi che sono riusciti ad arrivare qui. Anche aiutare una sola persona è importante. "Chi salva una vita, salva il mondo intero". Laura

    RispondiElimina
  5. Mi sento impotente come te e penso che condividere su un social può essere utile se a condividere è qualcuno che ne sa e che condivide un articolo che fa pensare o più semplicemente lo stato di gente di Gino Strada che parla con cognizione di causa. Cosa si può fare da qui? Per Aleppo a meno di essere personale sanitario a mio avviso si può fare una sola cosa concretamente utile: Sostenere economicamente una qualche associazione no profit fidata. Per il nostro Paese e chi vi abita invece ci si può e deve sporcare le mani concretamente. Apprezzo la tua riflessione ma mi chiedo: Riflettiamo sulle tremende realtà di paesi lontani..ma facciamo qualcosa CONCRETAMENTE per gli immigrati? Quelli si possono aiutare senza partire in missione e senza avere l'imbarazzo del non sapere cosa fare...ci sono molte associazioni a cui poter aderire attivamente. Se riflettiamo tanto ma poi domani è un altro giorno e "oh senti..io ho altro a cui pensare non ho tempo" allora ce la raccontiamo un po' su. Grazie dello spunto, baci 😊

    RispondiElimina
  6. Una cosa la possiamo fare: pregare per queste persone. E poi ovviamente cercare di dare un aiuto concreto. Ad esempio nella nostra parrocchia il prete via Skype sente frequentemente un frate francescano basato ad Aleppo, non hai idea quanto conforto sia per queste persone sentirsi accompagnati dalla vicinanza e dalle preghiere dei parrocchiani. Sapere di non essere soli gli dà una grande spinta. Ah e poi ovviamente gli vengono spediti dei soldi che periodicamente vengono raccolti qui e utilizzati laggiù per scavare dei pozzi d'acqua (la mancanza d'acqua è l'emergenza più grave al momento) e per gli ospedali. Questo frate francescano è riuscito a venire in Italia ed incontrare le persone e la cosa incredibile è che era lui a infondere speranza agli altri e non viceversa. Detto questo, è giusto e sacrosanto comprare i regali ai figli e riunire a tavola la famiglia durante le feste perché anche questo fa parte della realtà, esattamente come le bombe di Aleppo, e siamo chiamati a rispondere ad entrambe le cose.

    RispondiElimina
  7. Ah poi il prete ha anche ospitato una famiglia di profughi in dei locali di proprietà della parrocchia. Tanti piccoli gesti concreti che saranno si una goccia nel mare ma intanto c'è qualcuno che sta meglio di prima, e soprattutto questi piccoli gesti educano in primo luogo chi li fa.

    RispondiElimina

Recommendations by Engageya

Post in evidenza

Di quella notte che ho letto decine di brutte storie

I o non sono una psicologa, anzi, ho fatto la scuola dei vestitini e ho un curriculum di storie d'amore piuttosto melodramma...