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martedì 31 maggio 2016

sulla violenza contro le donne

(Non mi piace la parola femminicidio e non la userò. A volte dare una definizione di un qualcosa di molto sfaccettato e complesso è riduttivo e mortificante se alla parola stessa non segue una piccola rivoluzione culturale)


Certe notizie di cronaca mi tormentano più di altre, sarà che sono mamma di una figlia femmina, sarà che l'idea di una qualunque persecuzione mi fa ribollire, sarà che sono stanca di sentire ogni giorno la storia di un uomo che uccide una donna che amava. 
Quando succedono fatti così, la prima cosa che mi viene in mente di fare è cercare delle colpe e parto da colpe reali come quelle degli amici, dei familiari, dei colleghi ecc, fino ad arrivare a colpe più generiche come le colpe della società e di chi dovrebbe difenderci da queste cose.

Fin da piccole ci insegnano a stare allerta: una femmina cresce sapendo che girare di notte da sola è pericoloso, che dare confidenza agli sconosciuti è pericoloso, che vestirsi provocanti è pericoloso, che   devi farti accompagnare fin sotto casa anche se vivi a Felicittà, che ti possono stuprare, che ti possono molestare, che non devi accettare passaggi dagli sconosciuti e addirittura che se sai dare calci e pugni in maniera scientifica sei una femmina pro. Parallelamente a questi insegnamenti serpeggia però anche la cultura della donna che è completa solo accanto ad un uomo, la ricerca del principe azzurro, la subdola sottomissione ai meccanismi di coppia che ti dipingono come "proprietà", come parte del corredo maschile che prevede stabilità, la macchina, la casa, un impiego e una donna con cui tirar su famiglia. Striscia piano piano nelle teste di tutti, donne comprese, l'idea che ogni scelta della donna, lavorativa o sentimentale, debba essere in qualche modo sempre legata al suo compito di "altra metà della mela". Ed è per questo che un fidanzato che viene mollato da una che non lo sopporta più si sente quasi in obbligo di rivendicarla, di supplicarla e di tormentarla, gli manca un pezzo. Questa per me è la colpa generica, la malattia, il germe zero di tutte queste notizie. Ammazzare la donna che ti ha tradito, che non vuole stare più con te, che si ribella al tuo amore possessivo mi fa venire in mente il padrone che spara al cane che gli morde la mano e non mi fa venire in mente nessun altra storia. Penso a come mi sentirei se fossi un'amica di Sara, a come mi sentirei se fossi sua madre e a quanto mi tormenterei pensando a cosa avrei potuto fare di concreto. Io qui seduta davanti al pc provo solo molta rabbia e sconforto e non riesco a togliermi dalla testa la storia del cane. Sì perché è vero che per prima cosa è la testa delle donne quella che si deve ribellare a tutto questo. Ma non basta dire alle ragazze di ribellarsi al primo atteggiamento violento, è il maschio che non si deve permettere neanche una volta di alzare le mani. Non deve succedere in partenza. Perché se lo fa le riprende, perché se lo fa io vado dai carabinieri e i carabinieri mi ascoltano, perché se lo fa io fermo un passante e mi aiutano in dieci, perché se lo fa e in quel momento lui mi fa sentire la cagna colpevole di aver morso la mano del padrone, io allontano subito questo pensiero perché sono forte e sicura di me stessa e questa sicurezza me la da un insieme di cose e persone intorno a me.

E invece spesso che succede? Succede che l'amore, nel buio della coppia chiusa in se stessa, diventa un meccanismo infernale di costrizioni e recinti, un coltello con una lunga lama e un manico tenuto da tante cose e persone. Sì tante persone, quelle che ti fanno sentire che vali meno se non sei fidanzata, quelle che ti fanno capire che il bene supremo della società è fare figli, essere moglie e madre, quelli che subdolamente non accettano una donna che tiene testa agli uomini. E le prime colpevoli siamo proprio noi donne. E' inutile dire che si deve denunciare un uomo violento se le prime a giudicare una donna autonoma, spregiudicata e non sottomessa a nessun cliché siamo proprio noi donne. Questo legittima i maschi pensarci come proprietà a non rassegnarsi al fatto che in un giorno possiamo decidere di non amarli più. Pensateci bene dai, se un uomo lascia una donna siamo tutti più propensi a credere che sia veramente in crisi, che voglia veramente stare solo che davvero in questo momento si voglia concentrare sulla sua carriera. 
Se una donna lascia un uomo pensiamo tutte subito che abbia un altro. 
Ecco, questo deve cambiare, perché in queste quotidiane tragedie siamo tutti un po' colpevoli.



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