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giovedì 21 aprile 2016

#bastatacere e sensibilizzare (sapere è potere)



Prima di intraprendere la stesura di questo post è necessaria da parte mia una premessa che potrete anche chiamare paraculata se volete ma la ritengo importante e non va data per scontata. Aderendo a questa campagna non voglio fare di ogni erba un fascio, non voglio generalizzare e sopratutto non scrivo questo post per puntare il dito contro delle maxi categorie, contro reparti ospedalieri, contro le ostetriche contro i pediatri (il mio è eccellente) contro i ginecologi (il mio è un amico, una persona splendida e un medico a cui affiderei senza di dubbio la mia vita). Scrivo questo post e aderisco a questa campagna perché ce l'ho col "sistema". Sì. col sistema, come una dei 99posse, dove però per sistema io intendo una pratica pericolosa e assodata, un comune sentire che intona il partorirai con dolore e ne fa una tradizione, un costume che non sembra certo voler essere superato dal progresso scientifico ospedaliero. 

L'altra sera dopo quindici minuti sulla pagina Facebook di #bastatacere (qui) borbottavo per casa camminando su e giù per il corridoio e non mi capacitavo di così tante testimonianze, così tante storie diverse ma anche simili nel comune senso di abbandono, nel trauma che ne emergeva anche dai racconti più sintetici. Ho pensato anche che non poteva trattarsi solo di un'orda di donne ansiose e pedanti, non potevano essere tutte donne con una bassa soglia del dolore o sfortunate, di certo non potevano essere testimonianza di donne che hanno partorito in qualche ospedale sperduto in un paesino del Bangladesh. Qualcosa non sta andando.


La mia esperienza l'ho già raccontata qui sul blog e come sempre per tutte le cose che in vita mia mi hanno traumatizzata, parlarne e riderci anche un po' su mi è servito. Una cosa che mi ha aiutata è stato anche sentire le esperienze di chi mi ha raccontato del suo parto, di come a volte le cose non sono proprio andate come si vede nei film, certo, sentire così tante voci di traumi non mi ha tranquillizzata. Perché il parto deve essere un trauma? Perché questo viene comunemente accettato?

Bastatacere più che una campagna di denuncia deve essere una campagna di sensibilizzazione, per questo in parte condivido la forma anonima dei post sulla pagina Facebook, passando per il web che è un mezzo senza dubbio potente ma privo di filtri, bisogna sempre contenere il pubblico per non rischiare far diventare un'iniziativa di denuncia una roba da denuncia. 
Per quello che leggo spero che le testimonianza di queste donne servano a portare all'attenzione di tutti quanti uomini donne, donne in attesa, donne che non vogliono fare figli, maschi ignari di tutto, personale medico, ministri, persone influenti ecc, che c'è una realtà molto cruda e taciuta, nascosta sotto il mondo color pastello delle mamme partorienti e dei loro bebè.

Il primo intoppo nel grande ingranaggio che va dal restare incinta allo scodellare il fagotto d'amore è proprio causato dal fagotto d'amore. Il parto è un momento felice, nasce un bambino e tutti dimenticano tutto diventando involontariamente complici del trascurare il paziente mamma. Nasce il bambino e ci si deve occupare di lui quel che è stato è stato, va nutrito, addormentato cambiato va "allevato" e tutto e tutti si dimenticano, spesso la stessa madre rimuove velocemente il trauma perché non ha modo di pensarci troppo o perché tutti intorno sono con gli occhi a cuore e sembrano ubriachi e nessuno ha poi così tempo di stare dietro ai punti ai dolori ecc. Se la mamma nel post parto sta male il primo pensiero va al bambino che deve essere nutrito e accudito.


A fare da spalla a questo fatto poi c'è un solido sottostrato culturale radicato e comunemente accettato che vede la mamma sottomessa al dolore nell'atto estremo di dare alla luce il bambino. Si partorisce con dolore, lo sa la bisnonna, lo sa la nonna e lo imparerai anche tu. E muta. La nonna ha partorito nel campo e poi si è rimessa a zappare, la bisnonna Marisella ha partorito seduta alla macchina da cucire mentre confezionava le divise per i soldati al fronte, la zia Brunella ha partorito quattordici figli senza mai andare all'ospedale ma solo con l'aiuto della levatrice del paese che faceva nascere vitellini pulcini e cuccioli di pastore maremmano. Sì, ok. Siamo nel 2016 però.
Dobbiamo accettare che si deve soffrire. La mamma nel momento del parto è annullata, teme per la sua integrità fisica e per quella del bambino e non va sottovalutata la componente ansiosa che lascia inermi spesso. Quando poi tutti intorno fanno spallucce e ti dicono che c'è da patire perché sì, capisci che c'è un fraintendimento di base.

Io non sono femminista, chi mi legge da tanto lo sa, non sono di quelle con i peli nelle ascelle, il mestruo fiero e il reggiseno alle fiamme, però lasciatemi dire che per troppo tempo nel mondo della gravidanza e del parto hanno fatto le regole gli uomini. Capita che anche il personale medico e ostetrico femminile (che vorresti più sensibile a questo tema) ha finito involontariamente per routinizzare una pratica che invece è delicata e diversa da paziente a paziente; se siamo pazienti e stiamo partorendo in un ospedale ci devono essere delle regole per il dolore, per la degenza e per il trattamento. Se scelgo di partorire in casa sotto i raggi di luna e circondata dagli elfi ok, è una mia scelta e me ne assumo le responsabilità ma se mi ospedalizzi mi devi anche garantire che non soffrirò, che vedrò un medico e che non sarò lasciata mai sola. Mentre invece spesso il leitmotiv di quelle testimonianze è un po' il "devi fare da te"

Alla base di tutto c'è anche una grande disinformazione. Una specie di infarinatura generale su parto e  allattamento viene data a tutte, anche alle più disinteressate ma la verità è che tutte dovrebbero sapere tutto quello che spetta e che c'è da sapere; ogni donna incinta dovrebbe conoscere le pratiche esistenti contro il dolore, ci dovrebbe essere una maggiore informazione sulle tecniche e le pratiche degli ospedali, ogni donna deve sapere tutto sull'allattamento naturale o artificiale e non ascoltare solo la politica scelta dal distretto asl o dalla struttura più vicina. Sapere è potere, anche in questo caso.

E poi non lo so, se penso ad un mio futuro secondo pargolo (state tutti calmi che si fa per dire)  l'unica persona che vedo con me in sala parto è Giulia Bongiorno, serissima e che brandisce da una parte una severa ventiquattro ore piena di complicatissime carte e dall'altra la carta fondamentale dei diritti delle partorienti vergata su una pergamena. 

Ma questa sono sempre io che scherzo per sdrammatizzare.


p.s. se anche solo una futura partoriente grazie a questo post si mette a raccogliere informazioni su quelli che sono i suoi diritti e su quante pratiche e tecniche di parto sono presenti in italia nei vari ospedali io già mi sento di aver fatto qualcosa.




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