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mercoledì 23 marzo 2016

la grande setta del work out



Ormai la cosa è ciclica. Lo so. Ogni tot mesi mi prende la smania del fitness e poi, così come era arrivata, se ne va, tipo Mary Poppins che se ne va via quando cambia il vento. Ecco, io una mattina mi sveglio e la tipa in calzoncini abbronzata e motivata non c'è più. La verità, che non posso nascondere agli a altri e neanche a me stessa, è che detesto lo sport in ogni sua emanazione o formula, dal curling al tifo dal divano di casa. Fare le scale per me è già sport, correre a prendere un treno è già agonismo a livelli altissimi, camminare da un punto A ad un punto B senza vetrine davanti a cui fermarsi mi fa già sconfinare nel professionismo. 
Però su instagram da un po' proliferano queste ragazze tipo Kayla Itsines e Sonia Fitness che mangiano solo coloratissima frutta esotica ben disposta, bevono solo acqua da mezzo litro da lucenti bottigliette celesti e per il resto della giornata saltano sui tavoli da ferme, si ripiegato come assi da stiro, si contorcono, scavalcano, saltellano, fanno scale di corsa come Rocky e nelle ore restanti si fanno i selfie. Nelle giornate più tranquille poi corrono quindici chilometri sulla spiaggia seguite dai loro cani. E non sudano, hanno sempre una coda di cavallo saltellante e vivono vestite solo di reggiseno sportivo e pantaloncini ciclisti, i leggings solo per le occasioni più eleganti.
Cominci a seguirle sui social e ti ritrovi ipnotizzata a guardarle mentre scalano attrezzi a mani nude e tirandosi su solo con la forza dei loro addominali e hanno il fascino della spia del Mossad perché sono graziose ma sai anche che ti potrebbero strangolare con le cosce. Non ci sono solo foto delle loro pance tartarugate o video delle loro prodezze atletiche, la maggior parte dei loro post sono il prima e il dopo delle adepte, fedelissime sportive votate alla causa del work out. 

Il before&after consiste in una foto collage dove l'adepta fa vedere una foto che si è scattata in intimo davanti allo specchio mesi prima, quando ha cominciato il programma; generalmente sono budini come me che si fotografano con indosso mutandoni della nonna e il pezzo di ricrescita nei capelli e lo sguardo che dice I BELIEVE IN MIRACLES. Il dopo è la testimonianza del miracolo, è il santino, è la conferma che entrare in questa setta ha funzionato ed eccole scolpite nel marmo, capelli e trucco perfetti e completino sportivo.


Dietro tutto questo regime c'è anche una filosofia di vita fatta di autodeterminazione e meme motivazionali, foto di chiappe scolpite che ti fissano, addominali di terracotta che ti scrutano l'animo, ti vogliono e ti dicono che puoi farcela, dai ehi tu, sì proprio tu gelatinosa trentenne, muovi il culo, dai, la vita ti sorride sei bellissima ma fai anche questa serie di 50 dolorosissimi squat, brutta sfaticata! In pratica la motivazione è il motore di tutto e crea una comunità di donne strangolatrici con le cosce, cazzuttissime ex flaccide.



In pratica ti devi comprare (o scaricare) il manuale all'interno del quale troverai tutte le istruzioni per cambiare il tuo stile di vita e il tuo regime alimentare. Il programma è semplice e alla portata di tutte, la dieta è calibrata sulla merda che mangiano le americane e la puoi anche non considerare, al massimo puoi instagrammare qualche avocado; gli esercizi sono fattibili e ti chiedono solo mezz'ora al giorno, mezz'ora di sofferenza sorda e dolore cieco, mezz'ora di male male male e fatica fatica fatica. Al limite della violazione dei diritti umani.

ma don't give up cosa? ma cosa?

Ora, come per tutte le questioni che comportano un mio coinvolgimento in qualcosa di sportivo la cosa è stata presa di petto e per prima cosa ho provveduto a comprami un bel completino con inserti fluorescenti perché sappiamo tutti che la base di un buon lavoro è l'outfit. Mi sono procurata i manuali, ho comprato la papaya e il mango, ho sistemato un angolo della casa per fare gli esercizi. Ho retto tre giorni. TRE. Ho sofferto tantissimo, ho camminato per tre giorni come una a cui hanno rimontato male le gambe e le ho maledette oh se le ho maledette, tutte. Ho maledetto le santone e le adepte e i personal trainer e le palestre e De Cubertin. Ma cosa dite WORK OUT AND BE HAPPY! ma io vi faccio causa, vi trascino tutti in tribunale maledetti fanatici! Riversa sul tappetino da yoga ho augurato a Kayla e Sonia secchezze varie e problemi intestinali, fino a indicare il manuale e urlargli contro: IO CE L'HO IL FIDANZATO A CHE MI SERVE TUTTO QUESTO DOLORE EH??? 
Poi è iniziata la fase della rassegnazione e ho cominciato a pensare: "ci deve essere un altro modo, la scienza deve aver inventato qualcosa che ci risparmi tutto questo dolore". Poi ho iniziato ad architettare diete che prevedessero privazioni ghandiane nella convinzione che dove non arriva la ginnastica possa arrivare un severo regime alimentare ma anche lì ho fallito miseramente.

Non mi fraintendete, io ho stima infinita di chi riesce ad imporsi una disciplina, di chi riesce a lavorare duramente su se stessa quando non si piace, di chi riesce soprattutto a farlo, attingendo solo alle proprie forze, senza Swartzenneger che ti urla nelle orecchie. A volte penso di avere troppa autostima e di essere troppo presuntuosa per fare da sola degli esercizi, non sono umile e sono pigra, un mix che mi porterà su qualche programma di real time a friggermi ali di pollo su un fornelletto da campo a lato del letto, probabilmente.  

Non so dove ho sbagliato, ho seguito i canali you tube delle adepte che fanno gli esercizi e tu puoi farli con loro, sono brave, si impegnano, sembrano felici ma finisco per guardarle soffrire ansimando. E non ditemi che devo trovarmi uno di quei personal trainer tipo extreme make over, sorridenti ma severi; e non ditemi di trovare un'amica motivata che faccia gli esercizi con me, io voglio bene alle mie amiche, non voglio finire a bloccarle sui social o a non rispondere come fossero testimoni di Geova quando vengono a suonarmi il campanello per andare a correre.
Oppure, se mi dovessi affiancare a una persona debole di spirito, cadrebbe presto nel mio lato oscuro e finiremmo al bar ad instagrammare croissant e cappuccini disegnati.

E comunque so che tra poco ricomincerò, tirerò fuori il completino, sistemerò l'angolo del fitness e speriamo di durare almeno quattro giorni, dai.






giovedì 3 marzo 2016

Dalla prima lettera di Connie ai modaioli: gli anni '90


Un messaggio per le generazioni future o i modaiolo in erba.

Erano gli anni '90 e noi giovani e felici ci vestivamo parecchio alla cazzo. Ho ricordi confusi. Erano senza dubbio gli anni del basic ma anche della zampa d'elefante (o come li chiamano ora le fashion blogger di Afragola, i flares Jeans), delle fantasie anni '70 e prima era stato il tempo anche delle camicie di flanella come Kurt Cobain e della moda unisex, erano gli anni in cui mettevamo tutti il bomber, sì, tutti, non solo quelli che ballavano in mezzo al tagadà, solo gli ultrà però lo portavano rovesciato sull'arancione; mettevamo l'ombretto colorato e a volte anche le mollettine, abbiamo straziato i nostri capelli per stirarli come sfogliavelo di Giovanni Rana, erano gli anni in cui tutti soffrivamo atroci dolori ai piedi con le Dr Martens che ci dovevi fare il cammino di Santiago prima che smettessero di farti male. E c'è stato anche il periodo Cavalli & Segugi in cui indossavamo tutti la ceratina Barbour e la sciarpetta Burberry e non sapevamo niente di risvoltini e slim e skinny perché portavamo fieri i deformi levi's 501. 
Cantavamo felici anche Mr Boombastic di Shagghy.



Eravamo felici e incosapevoli e stranamente molto gender dato che era difficile distinguere i maschi dalle femmine, ci vestivamo tutti uguali. Tutti. Neanche col profumo ci si poteva distinguere perché mettevamo il CKone.

Io non ho foto di quei tempi, praticamente nessuna testimonianza, un motivo ci sarà, forse inconsciamente sapevo di essere vestita molto male e rifuggivo gli scatti come quei popoli che pensano che le foto ti rubino l'anima. In seguito poi negli anni peccherò altre volte, colgo l'occasione per  consolare tutte le giovani dicendo che ho capito come vestirmi quasi a trent'anni e che prima ho molto peccato in frisè, cose troppo attillate, fantasie discutibili, in flou, treccine, stampe e frange. 

Questo ritorno agli anni novanta mi affascina e mi spaventa, certo, ora sono una donna stilisticamente matura e non cadrò più nelle tentazioni da liceale, però vedo su Pinterest il bomber e ripenso con nostalgia al mio aviator rosa che sfoggiavo con baldanza, rivedo i Levi's 501 e ripenso ai limoni fuori da scuola, rivedo le sneakers dei miei vecchi tempi andati e prenderei i miei nipotini in braccio per raccontare loro davanti al focolare di quando andavo in discoteca la domenica pomeriggio.

Ecco, dopo avere imprecato contro Marie Kondo per avermi indotto a  declutterizzare roba che ora mi sarebbe servita per essere schiava della moda, questo messaggio è per le generazioni future, quelle che già guardano ai camperos, alle Pinko Bag con disgusto, parlo a quelle che rinnegano di aver mai portato le ballerine con la punta tonda o il gilet; In verità vi dico che prima che il gallo canti riguarderete le vostre vecchie foto e direte: ma come diamine mi vestivo?  E subito dopo finirete per ripinnare esaltate  quelle cose che avete appena rinnegato. 











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