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mercoledì 18 novembre 2015

Spegnere tutto per riprendere lucidità - le mie poche idee confuse sulle cose appena successe



Ho letto e scritto tanto in questi giorni, ho cancellato molte volte le cose che ho scritto, come se fossero parole scritte da una medium in trans che trascrive voci dall'oltretomba. Sì perché quando rileggevo quello che avevo scritto, con rabbia e di getto, non mi sembravano parole mie, cose scritte da me. Sono una persona rissosa, sono scorbutica e sostanzialmente asociale ma l'odio non fa parte di me, della mia vita, del mio "lessico familiare".
Sabato mattina mi sono svegliata arrabbiata, triste, impaurita e la mia reazione mi ha spaventata. Per ore ed ore, dalla sera alla mattina, ho fissato il canale delle news, aggiornando ossessivamente i social, ho risposto a commenti che non mi piacevano, urlato in caps lock, ho cercato la rissa, bloccato persone e rimosso amici in una mia personalissima guerra contro gretti e stupidi, contro commentatori emotivi e provinciali, senza sapere neanche io cosa pensare di tutto in un vortice di idee confuse e agitate. Poi ho alzato la testa dagli schermi e ho capito che forse l'unica cosa di cui avevo bisogno era un po' di silenzio e di distanza da tutto.

Non sono andata a vivere in una grotta, non sto scrivendo mentre levito a mezzo metro dal suolo, ho soltanto spento tutto e riacquistato lucidità.
Venerdì sei Novembre, una settimana prima, passeggiavo per Voltaire, sono stata davanti al ristorante dove hanno ucciso tante persone, e per giorni (sono tornata martedì) ho passeggiato, mangiato fuori, visitato musei e ho pensato al giorno in cui ho scelto le date del mio viaggio, così, casualmente, era il mio regalo di compleanno e me lo sono regalata simbolicamente ad un mese dalla data, poteva essere la settimana dopo se i voli erano migliori.

Non so se l'ho scampata, non so se sia davvero il caso che io poi la faccia così lunga, quando  è successo ero in Italia, ero in salvo, ero nella mia casetta lontana da tutto; però riconoscere i posti, avere ancora la valigia disfatta e i biglietti della metro nella tasca del cappotto mi ha traumatizzata, ho provato la terribile sensazione di aver schivato una pallottola solo per un singhiozzo del destino.

Mi è andata bene, basta, ad altri, a persone che potevamo essere io e Giacomo, è andata male ed è per rispetto che voglio smetterla con questa storia di quella che le è "andata di lusso". Per rispetto.

Ecco il rispetto. È per rispetto che sono stata lontana dai social per qualche giorno perché tutto mi faceva arrabbiare, tutto. Nelle ore successive agli attentati tutto mi faceva saltare i nervi, anche vedere chi tornava alla condivisione delle cose quotidiane, le aziende coi loro sponsor, le scemate varie, la musica; come se quello che era successo fosse una mania virale, la cosa da condividere nel momento per fare vedere che si stava sul pezzo. Tutto mi metteva voglia di prevaricare e urlare contro gli altri come se fossi piena di ansia e intanto stessi affacciata su un piazzale dove tutti gridano  la propria opinione, dove tutti vomitano dalle viscere il loro pensiero e cercano di imporlo e danno di pazzo, schifoso, stupido e chi non lo fa. Insomma, una guerra santa delle opinioni social.
Ho riaperto Facebook qualche ora dopo, per scrivere ad un'amica a Parigi,  e ho letto questo post che anche voi avrete già letto su molti giornali:


Ecco cosa mi mancava, ecco le parole che volevo sentire, nessuna compassione, ma amore e  fierezza, nessuna sottomissione ma anche tanta speranza e dignità, quella che io, stupidamente, da persona lontana, stavo perdendo, accecata dalle mie guerre social. Nelle parole di Antoine Leiris è racchiuso tutto quello che possiamo e dobbiamo fare e credetemi che sembra facile ma non lo è.
Per me c'è poco altro da dire, il web in queste occasioni si annulla, non esiste, perlomeno per me non esisterà più come prima, non voglio più provare quel senso di frustrazione e rabbia, non voglio più urlare da una tastiera, ho iniziato a pensare che se una cosa come quella che è accaduta non cambierà il mio modo di vedere le cose, niente altro lo farà da qui a sempre.

Non posso permettermi di perdere lucidità, di perdere la felicità nel concetto più Pollyanniano che ci sia, sì la felicità delle cose di tutti i giorni, quella di vivere in una libertà così serena e appurata che ti tiene innatamente lontano dal rancore e dall'invidia, quella sensazione che ti permette di insegnare ai tuoi figli la bellezza dell'arte, delle passeggiate, della musica, del mangiare qualcosa di buono, del leggere quello che ti pare e del pensare quello che ti pare. 

Io sono una donna frivola, sono una mamma che ha un blog dove parlo di maglioni e di moccio dei bambini, instagrammo cappuccini disegnati, colleziono boule de niege, perdo tempo coi libri da colorare per adulti,  compro online scarpe in quantità e nastri colorati, faccio le orecchie alle pagine delle riviste quando qualcosa mi piace,  ascolto quello che mi va quando mi va,  i cori russi, la musica finto pop la new wave italiana e il free jazz punk inglese e se mi va anche la nera africana! Mi arrabbio molto, mangio, mi vesto come mi pare, bevo, amo e prendo in giro quasi tutto quello che mi accade, persone comprese. Entro nei cassonetti per recuperare una vecchia abat-jour buttata via da qualcun altro e me la metto in camera e via dicendo. La frivolezza è il genere di felicità che cercano di togliermi scalzandola e rimpiazzandola con il sospetto, la paura, il terrore di non poter più vivere queste cose con leggerezza. Non ci riusciranno. Nemmeno con la Nina.



p.s. Venerdì mattina avevo iniziato a scrivere il post su Parigi, dove raccontavo le cose che avevo visto e fatto stavolta, nuovi musei, nuovi ristoranti provati, nuovi itinerari. E' fermo lì e per un po' sarà quello il suo posto. Poi lo posterò. Promesso.

3 commenti:

  1. Complimenti Connie. Temevo di leggere uno dei millemila pipponi scritti in questi giorni da "blogger" che hanno sempre un'opinione su tutto dai maglioni di Zara al terrorismo internazionale.
    Tu no. Sei una donna intelligente, fortunata la tua Nina.

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  2. Quante cose che sento mie in questo post.
    In maniera diversa ma anche io mi sento scampata.
    Il Martedí precedente, 10 Novembre, ero al concerto degli Eagles of Death Metal a Dublino, quindi ho provato sensazioni simili alle tue. Per scelta non ho aperto facebook e blog vari in questi giorni.
    Sento solo tanta tristezza, soprattutto nel vedere che Parigi é terrorizzata e questo mi sembra quasi come se i terroristi abbiano un po' vinto. Ma non deve essere cosí. Dobbiamo continuare a essere liberi.

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  3. E' una lettera bellissima quella di Antoine Leiris, gonfia di lacrime e di dolore ...alors je ne vous ferai pas ce cadeau de vous hair...et ce petit garcon vous fera l'affront d'etre heureux et libre...noi siamo con lui anche se sarà difficile percorrere questa strada almeno per il momento, non è facile non odiarli ora, il tempo forse ci permetterà questo atto di sano orgoglio!!! Una preghiera per tutti!!!

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