L'ENFANT CHIC            IL PENSIERO FLOTTANT              À LA PAGE     


venerdì 27 novembre 2015

Traslocherai con dolore



Avete presente quei film  americani dove intere famiglie si trasferiscono dal Sud Carolina al Minnesota e partono da casa caricando una station wagon con tre scatoloni e due valigie? Ecco, AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA! La fantascienza.

Quante volte in questi giorni ho pensato alla scena di Merlino nel La spada nella roccia! Hocheti pocheti un paio di palle Merlino! 

Voi, voi che cambiate casa ogni due anni, voi che traslocate incinte, voi che cambiate casa e città con la frequenza con cui io cambio tipo di trattamento ai capelli, ecco, voi siete i miei eroi!
In questi giorni ho fatto il trasloco, ma non quello definitivo, quello temporaneo, quello solo per i mesi invernali, in estate spererei di essere già nella mia nuova casa ma non ne parliamo di quella che porta male mettere una data. Però questa soluzione di alloggio temporaneo (quello che chiameremo il sottoscala di Harry Potter) ha comportato un lavoro di logistica che prevedeva una divisione delle cose di casa in: cose che ora non mi servono e cose per sopravvivere. I miei quadri, le stampe di Michael Sowa, i miei soprammobili Seletti, i miei cuscini di tartan, tutto archiviato.

Sono stati giorni di scatoloni, scotch, sacchi, valigie, lampade smontate, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, giorni di spostamenti in macchina con dei carichi improbabili di spazzoloni, cappelliere, vecchi vogue, stracci, detersivi e sacchi di peluche. Sono stati giorni di cassetti da svuotare e poi riempire e del violare la sacralità di quei luoghi di casa che vivono in un loro equilibrio di buio e polvere come le soffitte o gli scantinati.

Prima di cominciare la titanica impresa del trasloco ho anche letto dei consigli in alcuni blog, tutti personaggi positivi e speranzosi che davano le dritte per il "trasloco perfetto", ecco io vi farò un elenco diverso:

I maschi: il maschio in quanto tale si sentirà autorizzato a trasportare, spostare, alzare pesi ecc, è lui quello con i pantaloni in casa ed è lui che deve occuparsi della logistica dei trasporti eccezionali, lui deve "fare fatica". Sì, ok, salvo per le ernie, le vertebre, la sciatica, le schegge nelle dita, "questo mobile è troppo pesante lasciamolo qui", ecc, ecc, ecc...
Un gruppo di donne solerti con un paio di fisicate che fanno crossfit vuotano un condominio in 24 ore.

Createvi un team scelto di persone scrupolose e fisicamente preparate ma soprattutto sveglie! Ci sarà sempre chi si metterà a lucidare l'argenteria o spazzare le foglie dal giardino mentre voi affogate negli scatoloni da imballare ma la forza lavoro, il vostro piccolo esercito di parenti e amici starring i filippini solerti, deve essere in sintonia con voi e ben addestrato.

Il problema quando si trasloca poi non sono i mobili, sono le cose, dove per cose non intendo le pentole, intendo tutto quello che in casa sembra non esserci ma invade. Tappi, elastici, foglietti, pinzette, stoffe, stoffine ecc, un delirio di mini oggetti che prendono posto e che vivono in una loro anarchia inespugnabile. Per quanto voi cercherete di elencare catalogare e fare istogrammi e schemi su excel, vedrete che vi ritroverete sempre con qualche scatola piena di fuffa.

"Questo che fai lo tieni o lo butti?" il trasloco come picco totale del decluttering. Ho buttato tanta di quella roba che so che me ne pentirò perché so che ho buttato anche cose che usavo, cose che mi servono ma che lì per lì quando te lo chiedono incalzanti per sapere dove collocare quel preciso oggetto non sai cosa dire e dici: Butta!

La casa nuova. Se siete fortunati andrete subito a vivere nella nuova casa, sennò avrete il sottoscala di Harry Potter come me e allora vi dovrete ingegnare per trovare l'instagram anche dove non c'è, per trovare l'animo Pinterest di una casa coi soffitti bassi, i faretti e il bagno con le piastrelle color caffellatte.

Lasciare la vecchia casa, vederla vuota, sapere che è stata la prima casa dove abbiamo vissuto, che dentro c'è cresciuta la Nina, che per lei era la sua casa nel bosco, il suo rifugio, vedere per l'ultima volta la vigna dalle finestre e sentire per l'ultima volta il rumore del ruscello. Ho colto le rose e preso qualche frasca con le bacche, ho fatto delle foto che boh, forse terrò per un po' nel telefono non so per farne cosa, ho salutato ogni stanza prima di chiuderla. La vita è così e alla fine è così che si combatte la noia, anche con queste piccole sfide un po' nostalgiche. 



mercoledì 18 novembre 2015

Spegnere tutto per riprendere lucidità - le mie poche idee confuse sulle cose appena successe



Ho letto e scritto tanto in questi giorni, ho cancellato molte volte le cose che ho scritto, come se fossero parole scritte da una medium in trans che trascrive voci dall'oltretomba. Sì perché quando rileggevo quello che avevo scritto, con rabbia e di getto, non mi sembravano parole mie, cose scritte da me. Sono una persona rissosa, sono scorbutica e sostanzialmente asociale ma l'odio non fa parte di me, della mia vita, del mio "lessico familiare".
Sabato mattina mi sono svegliata arrabbiata, triste, impaurita e la mia reazione mi ha spaventata. Per ore ed ore, dalla sera alla mattina, ho fissato il canale delle news, aggiornando ossessivamente i social, ho risposto a commenti che non mi piacevano, urlato in caps lock, ho cercato la rissa, bloccato persone e rimosso amici in una mia personalissima guerra contro gretti e stupidi, contro commentatori emotivi e provinciali, senza sapere neanche io cosa pensare di tutto in un vortice di idee confuse e agitate. Poi ho alzato la testa dagli schermi e ho capito che forse l'unica cosa di cui avevo bisogno era un po' di silenzio e di distanza da tutto.

Non sono andata a vivere in una grotta, non sto scrivendo mentre levito a mezzo metro dal suolo, ho soltanto spento tutto e riacquistato lucidità.
Venerdì sei Novembre, una settimana prima, passeggiavo per Voltaire, sono stata davanti al ristorante dove hanno ucciso tante persone, e per giorni (sono tornata martedì) ho passeggiato, mangiato fuori, visitato musei e ho pensato al giorno in cui ho scelto le date del mio viaggio, così, casualmente, era il mio regalo di compleanno e me lo sono regalata simbolicamente ad un mese dalla data, poteva essere la settimana dopo se i voli erano migliori.

Non so se l'ho scampata, non so se sia davvero il caso che io poi la faccia così lunga, quando  è successo ero in Italia, ero in salvo, ero nella mia casetta lontana da tutto; però riconoscere i posti, avere ancora la valigia disfatta e i biglietti della metro nella tasca del cappotto mi ha traumatizzata, ho provato la terribile sensazione di aver schivato una pallottola solo per un singhiozzo del destino.

Mi è andata bene, basta, ad altri, a persone che potevamo essere io e Giacomo, è andata male ed è per rispetto che voglio smetterla con questa storia di quella che le è "andata di lusso". Per rispetto.

Ecco il rispetto. È per rispetto che sono stata lontana dai social per qualche giorno perché tutto mi faceva arrabbiare, tutto. Nelle ore successive agli attentati tutto mi faceva saltare i nervi, anche vedere chi tornava alla condivisione delle cose quotidiane, le aziende coi loro sponsor, le scemate varie, la musica; come se quello che era successo fosse una mania virale, la cosa da condividere nel momento per fare vedere che si stava sul pezzo. Tutto mi metteva voglia di prevaricare e urlare contro gli altri come se fossi piena di ansia e intanto stessi affacciata su un piazzale dove tutti gridano  la propria opinione, dove tutti vomitano dalle viscere il loro pensiero e cercano di imporlo e danno di pazzo, schifoso, stupido e chi non lo fa. Insomma, una guerra santa delle opinioni social.
Ho riaperto Facebook qualche ora dopo, per scrivere ad un'amica a Parigi,  e ho letto questo post che anche voi avrete già letto su molti giornali:


Ecco cosa mi mancava, ecco le parole che volevo sentire, nessuna compassione, ma amore e  fierezza, nessuna sottomissione ma anche tanta speranza e dignità, quella che io, stupidamente, da persona lontana, stavo perdendo, accecata dalle mie guerre social. Nelle parole di Antoine Leiris è racchiuso tutto quello che possiamo e dobbiamo fare e credetemi che sembra facile ma non lo è.
Per me c'è poco altro da dire, il web in queste occasioni si annulla, non esiste, perlomeno per me non esisterà più come prima, non voglio più provare quel senso di frustrazione e rabbia, non voglio più urlare da una tastiera, ho iniziato a pensare che se una cosa come quella che è accaduta non cambierà il mio modo di vedere le cose, niente altro lo farà da qui a sempre.

Non posso permettermi di perdere lucidità, di perdere la felicità nel concetto più Pollyanniano che ci sia, sì la felicità delle cose di tutti i giorni, quella di vivere in una libertà così serena e appurata che ti tiene innatamente lontano dal rancore e dall'invidia, quella sensazione che ti permette di insegnare ai tuoi figli la bellezza dell'arte, delle passeggiate, della musica, del mangiare qualcosa di buono, del leggere quello che ti pare e del pensare quello che ti pare. 

Io sono una donna frivola, sono una mamma che ha un blog dove parlo di maglioni e di moccio dei bambini, instagrammo cappuccini disegnati, colleziono boule de niege, perdo tempo coi libri da colorare per adulti,  compro online scarpe in quantità e nastri colorati, faccio le orecchie alle pagine delle riviste quando qualcosa mi piace,  ascolto quello che mi va quando mi va,  i cori russi, la musica finto pop la new wave italiana e il free jazz punk inglese e se mi va anche la nera africana! Mi arrabbio molto, mangio, mi vesto come mi pare, bevo, amo e prendo in giro quasi tutto quello che mi accade, persone comprese. Entro nei cassonetti per recuperare una vecchia abat-jour buttata via da qualcun altro e me la metto in camera e via dicendo. La frivolezza è il genere di felicità che cercano di togliermi scalzandola e rimpiazzandola con il sospetto, la paura, il terrore di non poter più vivere queste cose con leggerezza. Non ci riusciranno. Nemmeno con la Nina.



p.s. Venerdì mattina avevo iniziato a scrivere il post su Parigi, dove raccontavo le cose che avevo visto e fatto stavolta, nuovi musei, nuovi ristoranti provati, nuovi itinerari. E' fermo lì e per un po' sarà quello il suo posto. Poi lo posterò. Promesso.

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