L'ENFANT CHIC            IL PENSIERO FLOTTANT              À LA PAGE     


giovedì 28 maggio 2015

Pinterest è la droga ma smetto quando voglio

Io sono una presuntuosa. Cosa significa essere presuntuosi nel 2015? Significa che guardi Pinterest e pensi che con qualche piccolo accorgimento potresti avere una vita così anche tu, una vita ripresa dalla migliore angolazione, senza brutti, senza macchie, senza peli, senza arancione o spugnature. 

Pinterest ti rovina la vita come le peggiori droghe, cominci con una canna che sarebbe cercare nella barra di ricerca un vestito da sposa e finisci a bucarti con l'eroina che sarebbe non muovere un soprammobile senza prima aver fatto una cartella pinterest con tutti i possibili utilizzi dell'oggetto che devi sistemare.

Pinterest ti porta a smaniare per oggetti insignificanti e di cui potresti fare tranquillamente a meno ma da cui ti sembra di essere stata separata alla nascita, come un vassoio circolare in marmo bianco o una scatola a specchio. Hai queste boccette di shampoo in mano e  sai che poterle appoggiare su un piano in vetro nero bordato oro renderebbe la tua vita migliore, ne sei certa.

Pinterest è smania per il d.i.y. che Mucciaccia fatti in là per favore tu e la tua colla vinilica ed è tutto un comprare washi tape, cartoncini, nastri, nastrini perché hai fatto la tua cartella dei "lavoretti per minorati" e sai che non appena avrai un attimo di tempo anche tu farai coccarde di rafia e cuori di panno ecc ecc, la tua casa se li merita.

Pinterest è come matrix, ti fa credere di poter avere una vita così:


Voi avrete le cispe negli occhi e il pigiama dei peanuts di pile; magari vi svegliate gonfi come cadaveri e a mala pena ce la fate a bere un caffè ma qui su Pinterest le regole sono diverse. La colazione si fa a letto, possibilmente mezze nude, con un vogue e un croissant da 3 chili; ovviamente c'è qualcuno in cucina che vi ha portato tutto perché alzarsi e cucinare ti costa l'estradizione dal Pinterest. 


E poi una doccia, una doccia seria, niente fructis decapitati in cerca di residui, niente lamette per le depilazioni criminali, niente parrucchini di peli e capelli, niente calcare o bioccoli di maschera per capelli perché su Pinterest questo comporta un processo per direttissima con una condanna ai lavori forzati.


Ed ecco che è il momento della scelta degli abiti che qui si chiamano outfit, niente di più semplice, uno stand in bella vista nella vostra stanza guardaroba vi mostrerà la combinazione più semplice e adatta alla vostra giornata. Se pensate che qui su Pinterest si preparino i vestiti per andare a lavoro la sera prima e si mettano sulla sedia andate a dire queste bestemmie su LinkedIn 



Poi ovviamente l'outfit sarà Normcore, basic, essenziale, che ci vuole? Un abitino nero, una scarpa da suora, due accessori e via, non come quelle sciatte nella vita reale che vestite così sembrano sopravvissute ad una catastrofe umanitaria.


E via al lavoro ma non con i mezzi di trasporto, gli autobus o le metro o peggio ancora i treni che schifo diomio ma dove siamo? Dove metto un cestino coi fiori e con la frutta fresca presa mentre rincasavo? Ma su una bici!



Ed eccomi a lavoro. Qui su pinterest gli uffici sono case, o forse non siamo neanche usciti di casa chi lo sa? Non ci sono pannelli in truciolato, cassettiere del 1986, vecchi pc o colleghi brutti e fastidiosi. Ci sono solo mac e colleghi come nei telefilm, si lavora facendo le moodboard perché qui su pinterest il lavoro è creatività e Cazzeggio.



Ah, a pranzo con una amica e mangiamo una cosa super calorica perché su Pinterest il cibo è bello, sempre e non ingrassa. E ci sono ristoranti nippo/italiani/francesi/burgher/bistrot, ovunque e sulle torte ci sono i fiori e le bacche e il cibo è tutto laccato e pieno di semini. Se pensate di mangiare l'insalata portata da casa nella vaschetta salvafreschezza creerete un'interferenza in Pinterest e degli agenti senzienti vi condurranno nel primo commissariato.



Uff, dopo una giornata a ritagliare foto dalle riviste sarebbe bello un aperitivo prima di rincasare, però al baretto affacciato sulla statale a bere spritz ci andate voi perché qui su Pinterest ogni luogo per l'aperitivo affaccia sul mare per regio decreto.

Ah, non vi ho detto che su Pinterest gli uomini brutti e accollanti vengono tenuti lontani su una nave in mezzo al mare infatti a fare l'aperitivo conoscerete lui: 



Con cui, senza partorire, avrete un paio di questi d'ordinanza :




venerdì 22 maggio 2015

Mamma ho perso l'inconsapevolezza - la paura

immagine tratta dal libro "un fratellino per Nina"

Ed ecco che cominciò l'età della paura. Prima la Nina era tutta una risata e tutta una sicurezza, una spericolata matta che girava per casa accendendo luci, chiudendo porte senza porsi confini od ostacoli, poi così, dal niente, sono cominciate le paure. Mi trovo arresa a vederla con gli occhi sbarrati che chiede di salire in braccio perché qualcosa l'ha spaventata e mi frustra da morire passare le nottate cercando di tranquillizzarla per le sue paure. Dopo la terza notte passata a sentirla ripetere ossessivamente il suo mantra Nondeviaverepaura ho preso la situazione in mano e ho consultato un esperto: Google.

A parte le mie solite cagate, ho trovato molte informazioni interessanti in merito e alcune anche nelle pagine informative di cliniche ed ospedali pediatrici come il Bambin Gesù e tutte più o meno dicono la stessa cosa e cioè che verso i due anni cominciano le paure, quelle vere, quelle della consapevolezza e di quello che non si può controllare o conoscere per bene: il buio, l'abbandono, le figure grottesche, i rumori forti o anche i racconti degli adulti.

Coi bambini mi sto rendendo conto che è un po' così, è tutto una gioia e una scoperta, tutto un divenire felice per il 90% ma c'è quel dieci per cento che rappresenta il crescere nei suoi aspetti più cupi, se parlassi di un adulto lo chiamerei invecchiare. Sì perché nel mondo protetto della casa, fatto solo di colori e suoni e parole dolci dove il bambino di trova in una specie di inconsapevole stato di beatitudine, piano piano si insinua il mondo esterno con "gli altri" con le immagini e con le paure che non si controllano più. Vuol dire crescere e prendere coscienza anche del pericolo e della propria solitudine di essere umani e se ci si pensa bene questo tipo di ragionamento ridotto ai minimi termini e nella maniera più primitiva è quello che scatta in un bambino che ha paura tipo del più classico buio. 

Comunque vi faccio un piccolo riassunto delle regole che ho estrapolato dalle mie varie letture sul comportamento da tenere coi bambini e le loro prime paure:

NON MINIMIZZARE
Se ci pensate bene una delle cose che ci fa più incazzare anche da adulti è raccontare a qualcuno una nostra angoscia e sentirla minimizzata o ridotta ad un "e che vuoi che sia??". Funziona così anche per i bambini, né più né meno. Per loro è una situazione di ansia e glissare o cercare di ridimensionare magari anche col sarcasmo non serve. 

NON DERIDERE
Ovviamente un bambino di due anni non può certo avere paura di cose complesse o troppo articolate e quindi vi potrete trovare nel cuore della notte a consolare un bambino che ha paura dell'aspirapolvere o del tagliaerba o della barba del vicino ecc. Lo so, prenderli per il culo è la cosa che viene più naturale perché sono effettivamente buffi quando tirano fuori le paure più assurde ma non si deve fare. Anzi, devono vedere comprensione e serietà.

SPIEGARE
Spiegare tutto, spiegare che il buio non è che l'assenza di luce e che nella stanza non si annidano predoni quando si spegne l'interruttore; bisogna spiegare anche le cose più semplici e stupide, come funziona una cosa che fa rumore, perché il vicino ha la barba ecc.

TRANQUILLIZZARE E DISTRARRE
Il babbo è qui la mamma è qui, il cane è qui ecc, ripetuto con calma, unito ad un repentino cambio di argomento. Hanno la soglia di attenzione di 10 secondi quindi si possono distrarre facilmente.

NON FAR PERCEPIRE LE PAURE DEI GRANDI 
In questa fase i bambini sono ipersensibili al termine paura; se vi sentono dire: "prendo l'ombrello perché ho paura che domani piova" rielaboreranno questa cosa a modo loro. Quindi in questa fase è importante stare attenti al vocabolario e farsi vedere tipo supereroe spacca tutto.
Non fate come me che ho dato di matto con la Nina in braccio per due calabroni entrati in casa.

Oh, avevo paura e la mia mamma non c'era...

giovedì 14 maggio 2015

#boicottjemandtheholograms non andate a vedere questo film




Mi sento frodata, tradita, come se mi avessero fatto la pipì sui quaderni coi pensierini delle elementari. Jem e le Holograms è stato un cartone animato di passaggio, è un cult mannaggiavvoi. Prima c'erano le Candy Candy, le Georgie, le Heidi e poi le Creamy e Magica Amy, poi sono arrivate le fighe vere, Jem e la sua band rock glam fashion pop e le altrettanto fighe e cattive Misfits. Erano per noi bambine degli anni ottanta i primi glitter, i primi orecchini, le prime frange, i trucchi, gli stivali sopra al ginocchio, le chitarre elettriche e i computer. Noi non avevamo Violetta o i tablet, eravamo abituate a vedere Annette sui monti col fratellino Lucienne. Quando uscì la notizia del film su Jem mi immaginavo dive del pop rubate alla musica per creare un film epocale, oppure modelle di Victoria strappate alle passerelle per un film fashion rock. Nulla. 
Dal trailer qui sotto capirete la merda da telefilm da adolescenti che hanno tirato fuori gli americani.
Indignazione a livelli storici.

Boicottate questo film se avete a cuore la vostra infanzia e il rock glitterato.

#boicottjemandtheholograms 





mercoledì 13 maggio 2015

ditemi che sono brava lo stesso




Metto subito le mani avanti, io sono una cialtrona. Sono una persona ansiosa e piena di complessi e quando una cosa mi spaventa vorrei mettere le cuffie e ascoltare la colonna sonora di juno estraniandomi dal mondo. Non sempre si può fare e direi che non lo si può fare più quando si è chiamati ad assolvere ai doveri genitoriali.

In queste ultime settimane mi sono dedicata ad un tour degli asili del circondario mettendo una mano sopra alla mia ansia da abbandono (di cui vi ho parlato qui) e cercando di capire buona buona quali fossero le soluzioni migliori per la Nina. Pensavo di essere una madre coscienziosa e attenta, una donna che sa quello che vuole per la sua prole, una madre risoluta e carica di domande intelligenti e sensate da porre alle insegnanti.

Non avevo capito un cazzo

Mi sono trovata in mezzo ad orde di mamme combattenti super informate, con domande da porre alle insegnanti che, mentre ottenevano risposta, io mi soffermavo a pensare "ma che cazz...ma come fai a dire....ma...". Mi sono resa conto che mentre io guardavo il tasso di instagrammabilità degli ambienti,  gli arredi, i giochi e la vista dalle finestre, intorno a me c'erano mamme agguerrite con liste di domande scritte sui post it. 

Ditemi che non sono io quella sbagliata, perché via via che il tour in ogni asilo prosegue e che entriamo nelle varie aule, le domande cominciano a diventare sempre più dettagliate e io mi allontano dal gruppo e mi appoggio alla parete, spero che finisca tutto presto e vorrei la mia mamma.
Mi fanno sentire così impreparata e fuori dal mondo, mi sento come una di quelle mamme bifolche americane che stanno nelle roulotte. 

Sono una mamma sbagliata se non mi escono domande tipo: A che temperatura sono tenute le aule? Ci sono deumidificatori? E' previsto un menù vegano alla mensa? Le vernici usate per le pareti sono non tossiche vero? In che orari vengono tenuti i bambini nel giardino, sa, per il monossido della strada vicino e per i raggi del sole? E' previsto un corso di manipolazione? L'insegnante di inglese è madrelingua? Il personale della mensa ha le certificazioni? I giochi hanno la certificazione UE? 

Confidavo in una specie di simpatia innata nelle maestre nei confronti di quelle come me, cioè quelle che sono un po' alla buona, che si fidano, che vabbè dai, a meno che non sia l'asilo cip&Ciop di Pistoia non indicono riunioni speciali per stabilire la percentuale di crusca nel panino della mensa; invece le insegnanti rispondo solerti e pazienti.


Io vorrei solo e sempre chiedere se hanno un' assicurazione per i danni perché mi immagino mia figlia che devasta tipo Black block quelle candide cucine di legno...





lunedì 11 maggio 2015

When a man c'ha 37,5 di febbre

Conoscete Bear Grylls? E' un tipo tostissimo esperto in sopravvivenza in ambienti estremi, roba da mangiare insetti e serpenti nonché scaldarsi entrando nella carcassa di una pecora per non sentire il freddo sulle montagne, insomma un tipo veramente indistruttibile. Direte, perché vi parlo di questo supereroe? Ve ne parlo perché nessuno mi leva dalla testa che anche il caro Bear con un po' di raffreddore e 37,7 di febbre chiami la moglie al capezzale in preda ad atroci sofferenze, chiedendo il prete, un notaio per il testamento ed invocando l'eutanasia.



Vengo da una tre giorni di fidanzato con la tonsillite e sento che sul topos dell'uomo malato non c'è abbastanza letteratura. Devo provvedere.
Nel mio caso tutto comincia con la Nina ammalata. I bambini sono untori, captano i virus, se li prendono e li attaccano a tutti quelli che vengono in contatto con loro e questo comporta che per giorni il pupo è malato e poi, quando si riprende, tu entri in uno stato catatonico di febbre e malesseri vari... ça va sans dire.


Qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e mi ha portata qui a scrivere? 
Ovviamente si ammala anche il babbo (sempre per secondo alla Nina) ed ecco che cominciano le scene da teatro kabuki con smorfie, pianti al telefono con la madre, richieste di ambulanze, e continue accuse nei miei confronti di essere un'infermiera da ospedale lager. Eccoci in casa che rifacciamo la passione di Gesù con lui sofferente che trasporta la croce della febbre a 37 e io nella parte del sanguinario centurione romano che lo costringe ad andare fino al bagno da solo senza che si appoggi a me. E intanto io zitta. 
Finché arriviamo a sabato alle otto di mattina, la Nina piangeva ed era ancora molto lagnosa per la tonsillite in via di guarigione, io con bambina in braccio e caricando una lavatrice sento squillare il mio telefono ed era il malato che dalla stanza accanto chiamava perché io andassi a sbattergli il termometro per far scendere il mercurio perché a lui, ovviamente, mancavano le forze.



Cioè capiamoci, anche io avevo la febbre perché l'untrice aveva colpito anche me però ero in piedi ed operativa perché the vitademmerda Must go on.

Parlando con altre amiche poi mi sento in dovere di chiamare in causa anche la scienza perché nessuna mi ha mai detto, no guarda il mio fidanzato/ marito/fratello/amico quando ha la febbre affronta stoicamente i doveri quotidiani; DICONO TUTTE LA STESSA COSA: I MASCHI MALATI SONO UNA PIAGA.


E così, parlando con le vostre amiche degli uomini malati, vedrete come scatterà una solidarietà di categoria, come sarà tutto un dire che capita sempre anche a loro e come sentirete che quello che capita a voi non è un caso isolato ma che sono loro il sesso debole (perlomeno con la febbre).
Storie di uomini affermati nella vita e nel lavoro che fanno prendere un giorno di permesso al lavoro alla propria mamma quando sono malati.
Storie di uomini che chiamano l'ambulanza a casa per un mal di schiena
Storie di uomini che con 37, 5 di febbre si trasferiscono a casa dei genitori.
Storie di uomini che per un po' di mal di stomaco vogliono la famiglia riunita in casa.
Storie di uomini sposati e con figli che in caso di un virus dicono: "ma un infermiere a domicilio quanto può costare?"
Storie di uomini che vanno via di casa se i figli si ammalano perché poi loro fisicamente non la reggono un'altra febbre a 38.
Storie di uomini che con un po' di mal di testa e di febbre che accusano la famiglia di sottovalutare i suoi mali e poi sgooglano: ebola sintomi 

(storie vere)



E allora deve per forza essere una cosa genetica perché credo che una tonsillite la sentiamo tutti nello stesso modo, bebè, donne e uomini, credo che tutti noi abbiamo avuto una mamma amorevole che ci ha viziati da piccoli quando eravamo malati, deve essere una questione di cromosomi perché mi viene da pensare che davvero sentano più male di noi. Poi però penso che durante la finale di calcetto pur di continuare a giocare si legano una frattura esposta con una stecca ricavata dalla panchina e mi chiedo perché devo uscire a comprare topolino ad un trentacinquenne con il cagotto.
Chi ha inventato lo stereotipo della donna infermiera? Portatemelo che ci devo parlare. Oppure è colpa di quelle mamme che rifanno il letto e tagliano le fettine e sbucciano la frutta anche a metallari di 40 anni? Cosa è successo ai maschi? C'è stata un'epoca della storia in cui non invocavano il fine vita per un'unghia scheggiata?
Ma quali ministeri per le pari opportunità ma quali lotte femministe, basta spargere nell'aria il germe del raffreddore e prendiamo possesso di tutti i posti di comando. 

comunque se scrivete su google "man sick" la prima foto è tipo questa

Non lo so se c'è un rimedio a questa tragica condizione maschile, io sinceramente non amo molto le lagne e avere a che fare con le Eleonora Duse o perlomeno non lo accetto da chi dovrebbe incarnare lo stereotipo di quello che trova la carcassa di pecora in cui nascondersi per non passare la notte al freddo.


nessun uomo malato è stato maltrattato per la stesura di questo post



(immagini da Google)

venerdì 8 maggio 2015

La mia storia di allattamento. Sì, ne parlo di nuovo





Quando ero incinta ero capace di passare un pomeriggio su internet cercando di comprare oltre oceano un unicorno fatto all’uncinetto ma mannaggiamè se mi veniva mai in mente di cercare da qualche parte una minima nozione sull’allattamento. Consideravo la fase della “mucca da mungere“ una cosa lontana, una questione a cui avrei pensato dopo, come la storia dei vaccini o degli asili; sbagliavo. Ho vissuto nell’inconsapevolezza e lasciandomi trascinare dagli eventi come un adolescente che c’è rimasta fregata e ho pensato di gestire solo con l’istinto una questione che invece è molto delicata e che tutte le donne incinte dovrebbero approfondire.
Chicco mi ha chiesto di condividere la mia esperienza di allattamento e ho deciso di farlo perché credo che leggere un'esperienza diretta sia meglio che leggere un articolo di giornale o un prospetto informativo.
Io ho allattato la Nina fino a 14 mesi ed ero una che non voleva allattare. Questo ve la dice lunga su come ho preso la questione in maniera scriteriata. Nei mesi dopo il parto ho fatto tutto il contrario di quello che mi ero messa in testa quando aspettavo la Nina, l’ho addormentata allattando ogni santa volta, ho allattato ovunque e comunque solo per poterla calmare, ho lasciato che tutto il peso di certe mansioni come dormire e mangiare ricadesse su di me e sul gesto del dare il latte fino a farlo diventare niente altro che un balocco quando la Nina ormai si mangiava, seduta a tavola, una pasta al pomodoro. 

Ma partiamo dall’inizio, quando tutta rattoppata come una coperta patchwork ti riportano in camera dopo il parto e un’ostetrica ti dice: vai, attacca la bambina al seno. Però stai attenta a come la attacchi e a come la tieni e a come si muove e al capezzolo e alla spalla e al colostro e al feng shui e a che urano sia in terza casa. CHE ANSIA
Io ho fatto come al liceo, ho finto di sapere il fatto mio, ho incrociato le dita e ho attaccato la Nina. Ecco, ora dico la verità, io non ho fatto niente altro che prendere e avvicinarla al seno. Basta. Ha fatto tutto lei e io non ho mai avuto ingorghi, ragadi o altre parole terribili che non starò qui a nominare. Fortuna? Fato? predisposizione genetica? Boh. Forse sì.

E poi tornati a casa arriverà la notte delle notti, quella che tutti passano almeno una volta nei primi giorni di allattamento, la notte del “ecco, lo sapevo, mi è andato via il latte!” 
Pronunciato con più o meno enfasi ma sempre accompagnato dal panico di lasciar morire la creatura di stenti per una poppata saltata e che si risolve comprando un bidone di latte artificiale o riprendendo fiato e aspettando. 

Insomma, i giorni passavano col mito del latte della mamma, tra i quaderni con segnate le poppate e le doppie pesate e con la storia dell’allattamento a richiesta che non rifarei mai, mai, mai e poi mai perché ha fatto di me un ciucciotto vivente, un pupazzo in carne ed ossa, una copertina consolatoria respirante. Lo so che ci sono signore scuole di pensiero che esaltano le virtù dell’ allattamento a richiesta ma io per la mia esperienza posso solo dire che probabilmente avrò sbagliato nel gestirlo e che probabilmente non sapevo distinguere le richieste ma ha creato solo cattive abitudini in mia figlia e mi ha reso pigra.

In poche settimane le mie tette erano diventate la soluzione a tutti i problemi della Nina in un “rincitrullimento” collettivo che partiva da me passando per le nonne e il babbo fino ad arrivare al pediatra che faceva spallucce ogni volta che chiedevamo delucidazioni su quando staccare la bambina che era diventata un po’ ossessiva. Risposta: quando pare alla mamma

MA CHE RISPOSTA E’ CHE IO QUI DEVO FAR CONVERGERE I PIANETI PER FARMI UNA DOCCIA FIGURIAMOCI SE RIESCO A PRENDERE UNA DECISIONE DI QUESTO TIPO

C’è da dire che poi io non ho mai avuto a che fare con una creatura facile. A me quei bambini paffuti e sonnolenti non sono toccati, è toccata piuttosto una stecchina che faceva pochi etti al mese e non dormiva praticamente mai, quindi toglierle il latte materno equivaleva per l’opinione pubblica ( le nonne) al gettarla da una rupe. 

E poi arrivano i denti. Quando ho smesso di allattare la Nina aveva 12 denti. Serve che aggiunga altro? No, non credo.

Quando è arrivato il momento di staccarla dal seno perché ormai era diventato solo un circolo vizioso di bizze e attaccamento e soprattutto ormai era più che svezzata, pensavo che sarebbe stata una tragedia greca, l’ennesimo periodaccio, un’infinita sequela di notti insonni e invece in tre giorni è passato tutto, tutto dimenticato e devo ammettere che è stato un piccolo grande passo per entrambe, lei è cresciuta e io mi sono sentita più autonoma e libera. 


Non mi fraintendete, non voglio dire che tutto quello che è allattamento è un disturbo o una palla al piede, è un vero momento di primordiale intimità mamma/cucciolo, è una sensazione di amore che è davvero toccante e indimenticabile. Non vorrei neanche sembrare troppo rigida o troppo propensa per un metodo o per un altro. La verità è che non ci sono metodi sbagliati se una mamma lo fa con cognizione di causa e seguendo quelle che sono le sue esigenze e quelle del bambino. Alla fine per tutta la vita la mamma sarà quella che manifesterà il suo amore con la frase “Hai mangiato? Hai fame? Ti preparo qualcosa?” e credo che parta tutto da questa primo momento. Non lo so se tornando indietro rifarei tutto quello che ho fatto, sicuramente mi informerei di più e cercherei di farmi influenzare molto meno da alcune credenze, da alcuni metodi troppo rigidi e da situazioni contingenti, probabilmente cercherei la soluzione meno facile perché forse si rivelerebbe anche la più educativa e vantaggiosa a lungo andare. 

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